Tra le tanti ragioni che alimentano il fascino unico de La Serenissima ci sono anche storie gotiche e oscure che, spesso, trovano posto nelle decorazioni dei suoi luoghi-icona.

A Venezia ogni angolo profuma di mistero. Se esiste una città che, più di tutte, ha alimentato storie e mondi in bilico tra le ali dell'immaginazione e la crudeltà del reale, quella è la Serenissima dove, ancora oggi, è possibile recuperare nel quotidiano tracce di quell'antica (e a volte oscura) magia. Al confine occidentale del sestiere Castello, quasi a sfiorare Cannaregio, spiccano le mura gotiche della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, considerata il vero e proprio pantheon di Venezia per i numerosi dogi e personaggi di spicco che, a partire dal '200, vi sono stati seppelliti. Al suo fianco si apre la facciata della Scuola Grande di San Marco, da due secoli sede del principale ospedale cittadino. Se, indubbiamente, qui si racchiude uno degli scorci architettonici più suggestivi di Venezia, i visitatori potrebbero lasciarsi impressionare anche dall'inquietante vicenda che, da ormai cinque secoli, aleggia tra le porte dei due storici edifici. La storia comincia con uno scalpellino, tra gli artefici della splendida facciata della Scuola, che, a causa delle dispendiose cure nel tentativo vano di salvare la moglie, si ritrovò in totale rovina, costretto ad affidarsi alla carità di quanti passavano davanti alla splendida porta che lui stesso aveva contribuito a realizzare. Non molto distante, viveva una donna con un trascorso altrettanto tragico: da una relazione con un mercante levantino ebreo, che viveva nell'isola della Giudecca, aveva avuto un bambino dal quale però era stata separata. Per amore verso il figlio la donna aveva scelto di restare sola e non sposarsi; quest'ultimo, invece, viveva col padre e, sebbene vestisse come lui alla turca, adeguandosi esteriormente alle tradizioni paterne, interiormente era lacerato da un grande conflitto. 

Crescendo, infatti, così come non era mai stato pienamente accolto dai concittadini veneziani, nemmeno le locali comunità turche ed ebraiche lo avevano realmente accettato e aveva trovato come unico sfogo alle proprie frustrazioni, le violente aggressioni che rivolgeva alla sola persona che lo amasse davvero: la madre. Una sera, al culmine della propria ira, il ragazzo arrivò infine ad ucciderla, strappandole il cuore.

In preda alla follia, cominciò così a correre per la città con quel cuore in mano, finché, in prossimità della Scuola, inciampò sul ponte e cadde. Dal cuore, si levò allora un suono somigliante alla voce della madre, la quale, dolcemente, chiedeva al proprio ragazzo se finendo per terra si fosse ferito. Il giovane, ascoltando quelle parole, perse completamente la ragione e, pieno di dolore, si gettò nelle acque della laguna, lasciandosi affogare. Poco distante, il nostro povero scalpellino aveva assistito alla terribile scena, e  decise di immortalarla aggiungendola agli altri rilievi sulla porta della scuola: così, ancora oggi, vicino ai profili di grandi navi e vascelli, possiamo notare un uomo con un cappello alla turca che, tra le mani, tiene un cuore. A proposito di cuori, questa è una storia che potrebbe facilmente spezzare il nostro; tuttavia, all'ombra delle calli, alimenta il fascino inquieto di Venezia: un fascino che appassiona perché, in qualche modo, parla alla parte più oscura di noi. Per fortuna, ai margini del campo Santi Giovanni e Paolo, possiamo riprendere fiato sotto l'ombrellone di uno dei tanti bar: basta un calice di Prosecco Brut Biologico di Masottina sul nostro tavolo, uno sguardo agli stili distinti e complementari di Basilica e Scuola e il nostro cuore, d'un tratto, è di nuovo intero.