Ciò che è bello, a Venezia, non è mai soltanto bello: quali fantasmi si annidano tra le mura del Campiello del Remer, mentre sorseggiamo il nostro calice di Prosecco?

Viaggiando per i canali e le calli di Venezia, per i suoi sestieri e i suoi campi, le chiese barocche e i palazzi neoclassici, abbiamo imparato a conoscere la tessitura di questa città irripetibile. Le loro pietre, i loro marmi sono stati spettatori di una storia rimasta nel folklore cittadino, la cui intensità ha contribuito a definire lo spirito dei suoi abitanti nel corso dei secoli. Se però prendiamo tutte queste storie, cercando di coglierne l’essenza, il fil rouge, difficilmente resteremo impassibili nello scoprirne l’intima tragedia che le lega, l’eccesso di passione o di avidità, la paura, il pentimento, il tentativo impossibile di redenzione. Queste vicende, a metà tra cronaca e fantasia, permeano coi loro fantasmi luoghi che oggi, apparentemente, sono scenario di sola meraviglia. Un aperitivo perfetto, non potrebbe essere altrimenti, è quello al Campiello del Remer, con una fresca bottiglia di Prosecco DOC Brut di Masottina, bollicine icona dell’Italian Style apprezzata in tutto il mondo. Da qui, dove un tempo gli artigiani, tra i più antichi della città, realizzavano i remi e le forcole, si gode di una vista sublime sul Canal Grande e sul campo dell’erbaria, sul ponte di Rialto, sul Palazzo dei Camerlenghi e sul lungo edificio delle fabbriche nuove. In realtà, il Campiello del Remer non ha più una bottega di remi, pur conservando il nome di quest’antica arte perpetuata oggi da artigiani moderni.

MASOTTINA_blog_26-11

Simbolo di questa piccola piazza è l’elegante scalinata che conduce a una loggia in stile gotico, oltre alla tipica vera da pozzo veneziana in marmo rosa che fa mostra di sé al centro. Ma che ne sarebbe delle emozioni dello spettatore, mentre sorseggia il suo calice di Prosecco, se scoprisse la tragica storia celata dalle bellezze che, ancora oggi intatte, si aprono ai suoi occhi?

Era il 1598 e Marino Grimani era il Doge di Venezia da tre anni, quando transitando con le sue guardie dal Campiello del Remer sentì il grido di una donna. Scortato dagli uomini, si recò alla fonte di quel richiamo lancinante, e trovò la nipote Elena che cercava di scappare dal marito furibondo, Fosco Loredan, il quale l'accusava di averlo tradito. Il Doge e le sue guardie cercarono di difendere la nipote, ma l’uomo, uscito di senno per gelosia, riuscì ad afferrare una spada e la decapitò. Il Doge, inorridito, fece arrestare l'uomo e lo spedì direttamente a Roma con la testa della moglie, affinché fosse il Papa in persona a deciderne la punizione. Tuttavia, quest’ultimo negò il proprio giudizio sull’uomo e sul suo crimine, rimandandolo indietro a Venezia. Mentre stava per essere condotto in prigione, però, Loredan riuscì misteriosamente a scappare, e trovò il luogo dove erano conservate le spoglie della moglie, ancora in attesa della sepoltura. Alla vista del corpo, l’uomo, preso dai rimorsi, si gettò nel Canal Grande portando con sé la testa. Il suo cadavere non fu mai ritrovato. Ma la leggenda, una delle più macabre ad aleggiare tra le mura sempre umide di questa città, vuole che quando soffi il vento da nord, il corpo di Fosco Loredan riemerga davanti al Campiello del Remer, stringendo tra le manila testa della moglie Elena.