Tramandato di generazione in generazione, l’artigianato delle impiraresse, giovani donne che infilavano le perline di vetro di Murano in lunghi aghi, sopravvive ancora oggi dando sempre più lustro a Venezia.

Tra pettegolezzi e canti, le impiraresse sedevano attorno al campiello. Sulle ginocchia, ognuna reggeva una scatola di legno, chiamata sessola, colma di perline coloratissime prodotte nelle vicine vetrerie di Murano, le conterie. Le mani, rapide, affondavano nella cesta di fianco, raccoglievano le perline che venivano condotte verso gli aghi su cui, attraverso lunghi fili di lino o cotone, formavano le mazzette. Le migliori impiraresse, si racconta, erano capaci di reggere in mano a ventaglio fino a 120 aghi (agàda). Il giorno, così cadenzato tra aghi, fili e perline, raggiungeva la sera col sole basso sulle acque scure della laguna, e ogni giovane artigiana sognava che un buon partito, domani o dopodomani, ne facesse la sua dama. Questa era la vita delle impiraresse, giovani donne che, in attesa di trovare marito mettendo da parte una piccola dote e per contribuire alle spese domestiche, si dedicavano a questa particolare arte tutta veneziana che richiedeva grande pazienza e precisione minuziosa. Nel centro storico della città, a metà ‘800, erano più di duemila; tuttavia, nonostante il loro impegno e l’indiscussa abilità, queste laboriose artigiane venivano retribuite in maniera inadeguata, essendo uno dei lavori a domicilio meno pagati.

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L’attività era organizzata dalle mistre, le impiraresse più anziane e con maggior esperienza, che fungevano da intermediarie tra la vetreria e le lavoratrici.

Le giovani artigiane cominciavano a lavorare già a dieci anni davanti porta di casa, sulla calle, e chiacchierando tra loro coi cestini in grembo infilavano le perle per ore e ore; alcune, proseguivano così fino alla tarda età, fermandosi solo quando i reumatismi alle mani ne avrebbero bloccato le articolazioni. Da giovani, le impiraresse acquisivano un’abitudine alla manualità che probabilmente, più adulte, non avrebbero mai potuto assorbire; l’arte di infilare perle non si riduceva così solo alla preparazione di questi lunghi fili, ma poteva costituire l’apprendistato che le avrebbe portate, col tempo, alla creazione di veri e propri gioielli di grande finezza, nobilitando un mestiere che, dal ‘400, continua a sopravvivere ancora oggi grazie a creazioni spettacolari che rendono ancor più bella e degna di lustro Venezia. Brindiamo noi allora, con un calice di Contrada Granda Brut, Prosecco Superiore di Masottina, con il suo perlage fine e persistente al talento, alla pazienza e alle speranze di tutte le giovani impiraresse che hanno costruito il proprio futuro con umiltà e destrezza, impreziosendo col loro esempio la fama del grande artigianato italiano nel mondo.

Si ringrazia Marisa Convento, impiraressa veneziana, per averci accolto nel suo "Venetian Dreams".